12-03-2008 - Mercoledì

Moni Ovadia: LE STORIE DEL SIGNOR KEUNER
teatro - dal 12 al 15 marzo
Spettacolo di ROBERTO ANDÒ e MONI OVADIA, di Bertolt Brecht
Lo spettacolo è messo in scena a quattro mani da Roberto Andò e Moni Ovadia, quest’ultimo sarà in scena, come di consueto, accanto a interpreti di diversa provenienza: la cantante argentina di origine ebraica est europea Lee Colbert, il polacco Roman Siwulak - per vent’anni a fianco di Tadeusz Kantor -, l’ucraino Maxim Shamkov, Ivo Bucciarelli e i musicisti-attori della Moni Ovadia Stage Orchestra che nel 2007 ha compiuto il suo quindicesimo anno di vita: Luca Garlaschelli (contrabbasso), Janos Hasur (violino), Massimo Marcer (tromba), Albert Mihai (fisarmonica), Vincenzo Pasquariello (pianoforte), Paolo Rocca (clarinetto), Marian Ŝerban (cymbalon), Emilio Vallorani (flauti/percussioni).
Le scene sono di Gianni Carluccio, le luci di Gigi Saccomandi, i costumi di Elisa Savi che ha anche realizzato le riprese video, il repertorio video è di Luca Scarzella, il suono di Mauro Pagiaro, gli arrangiamenti di Mario Arcari, Vincenzo Pasquariello, Massimo Marcer e Emilio Vallorani, che cura anche la direzione musicale, paesaggi sonori di Marco Olivieri. Regista assistente Gabriele Tesauri, assistente alla regia Tiziana Di Masi, assistente ai costumi Tommaso Lagattolla.
Le storie del signor Keuner sono tradotte da Roberto Menin.

In occasione del cinquantesimo anniversario (2006) della morte di Brecht, l’attenzione nei confronti dell’opera del grande drammaturgo tedesco si è essenzialmente concentrata sui testi del teatro epico la cui diffusione in Italia è passata attraverso la lezione di Strehler al Piccolo Teatro di Milano.
Roberto Andò e Moni Ovadia, invece, con il sottotitolo “un’esposizione post-morale” hanno scelto un capolavoro della letteratura brechtiana, Le storie del signor Keuner, raccolta di parabole, di racconti, in parte ancora inediti in Italia, che per l’occasione è stata tradotta da Roberto Menin.
Il signor Keuner è l’alter ego del Brecht due volte esule: esiliato perché oppositore eccellente del regime nazista e poi esule presso di sé al rientro a Berlino, nel constatare che il comunismo – da lui tanto auspicato – in cui ora si trovava a vivere era un sistema di potere ottuso e autoreferenziale.
Tutto in Keuner – un personaggio che costella l’intera opera di Brecht - ha una forma dialettica, elastica, dubitativa. Brecht esce dai temi dalla lotta di classe per entrare in un’altra dimensione, sposta il piano della centralità politica a quello della centralità umana, rappresenta il punto zero dell’uomo nel caos, spaesato, esule in un’epoca in cui avanza la perdita del senso e dei valori.
Quello di Keuner è infatti un Brecht della domanda e non della risposta, un Brecht dello smarrimento. Per questo qualche critico ha notato uno sconfinamento del K di Bertolt Brecht nei territori del K di Franz Kafka.
A differenza del Brecht epico, didascalico che ci è stato consegnato – contrassegnato dalla sua lettura ideologicamente precisa - quello di Keuner è un Brecht che traccia, come ha scritto Roland Barthes, una poetica della lucidità, della problematicità, a noi più vicino e interamente da scoprire perché del tutto inedito.

I racconti di Keuner illuminano infatti la condizione dell’uomo di oggi. Andò e Ovadia hanno esaltato nel testo i nodi politici attuali: Brecht mima una serie di comportamenti possibili che hanno a che fare con situazioni che oggi come ieri possono diventare esplosive. Fra questi racconti brevi, ad esempio, ce n’è uno sulla costituzione che sembra scritto apposta per un paese come il nostro dove si sta consumando un feroce conflitto sulla possibilità di una sua modifica; ce ne sono altri che riguardano lo stato di polizia, il rapporto tra il cittadino e la guerra, il patriottismo, la xenofobia, il nazionalismo, c’è n’è anche uno sul minimo sindacale, sul lavoro, cioè su ciò che misura la dignità umana in ogni epoca.

Lo spettacolo è una fuga visionaria sul caos del novecento. La messinscena è immaginata come un’istallazione, «una mise en scene in forma di esposizione – dichiara Moni Ovadia - di reperti “d’arte”, alla maniera scomposta di certe esposizioni del nostro tempo dominato dalla virtualità, in cui i frammenti di realtà sono confinati in un esilio senza speranza… Il sottotitolo “un’esposizione post-morale”, indica un catalogo di citazioni e di pensieri più che di comportamenti e di gesti, di musiche, di danze, di intellighenzie». Rendere citabili i gesti – come ha scritto Bejamin – è l’assunto del teatro di Brecht. Il repertorio musicale scelto da Moni Ovadia è composto da «frammenti di memoria musicale del novecento».
«Il nostro Keuner - dice Roberto Andò - non è narrativo in senso tradizionale. Non ci sono fatti narrati: è un transitare lungo paesaggi della storia attraverso delle voci e attraverso un percorso che Moni in scena evoca a partire dalla lezione di Brecht».
«Frammenti, citazioni, irruzioni, iridescenze, spostamenti - continua Ovadia - e un linguaggio inestricabilmente legato alla società in cui viviamo: l’idea della lettura, della dichiarazione, dell’intervista, questa è stata l’idea cruciale; la chiave di volta per entrare in un teatro politico civile dell’oggi».
I testi del Keuner sono infatti letti in video da personalità scelte perché devono creare un corto circuito con quanto avviene oggi e portarci subito in un dimensione attuale: Alessandro Bergonzoni, Massimo Cacciari, Gherardo Colombo, Philippe Daverio, Daniele Del Giudice, Oliviero Diliberto, Dario Fo, Arnoldo Foà, Don Gallo, Claudio Magris, Michele Michelino, Milva, Eva Robins, Carlo e Sabina Rivetti, Sergio Romano, Roberto Scarpinato, Gino Strada. «Questi personaggi leggono le storie di Keuner come fosse la lettura di un comunicato – dice ancora Ovadia -, un linguaggio consono alla virtualizzazione del mondo come è la comunicazione televisiva. Sono solo dei portavoce di questa comunicazione, con il risultato di creare una sorta di straniamento».
Andò descrive la scena: «La scenografia è labirintica, piena di porte. Cita attraverso quelle porte il grande teatro delle avanguardie del novecento. I personaggi sono dei reperti: la cantate brechtiana, il custode del museo, l’attore manichino kantoriano, il mafioso russo appassionato d’arte, i musicisti clandestini vestiti da donna, come in Billy Wilder in fuga da possibili persecutori». In scena Moni Ovadia è un curatore di mostre artistoide e intellettualoide, cultore dell’ebraismo kafkiano che cerca di conferire un senso impossibile all’esposizione che è chiamato a organizzare e il cui «unico esito è inesorabilmente post-morale».

Lo spettacolo non è solo sulla società di oggi ma anche sulla funzione del teatro oggi: è una riflessione sul teatro di Brecht che coinvolge il senso che oggi può avere il teatro. Ed è uno spettacolo politico poiché attraverso il catalogo, lo sberleffo teatrale nella citazione, il paradosso, mostra le macerie della situazione politica di oggi.
«Con la virtualizzazione del mondo – afferma Andò – il teatro rischia di divenire sempre più marginale. L’unico rimedio è fare del teatro il luogo di un pensiero e di un atto politico: il nostro spettacolo racconta la riflessione teorica di uno dei grandi drammaturghi del novecento rinnovando le emozioni politiche dei suoi testi per gli spettatori di oggi. Nessuno meglio di Brecht ha saputo rispondere alle domande della società con la forza della poesia e del teatro».
Teatro Piccinni - Bari
tel 080.5212484

0 commenti: